21 giugno 2026
Ger 20,10-13; Ps 68 (69) Rom 5,12-15; Mt 10,26-33
…NESSUNO GLI UCCIDE L'ANIMA!
Nei versetti di Matteo 10 di questa liturgia odierna domenicale Gesù ripete ben tre volte l’invito a non avere paura: uno degli inviti più frequenti di tutte le Scritture.
Il riferimento di Matteo a non avere paura è rivolto a quelli che hanno potere di uccidere l’anima… Per temere chi può uccidere l’anima occorre credere all’esistenza dell’anima! Chiediamocelo seriamente: ci crediamo? Se sì, la riteniamo una cosa davvero importante? solo così potremmo prendere sul serio il Vangelo di oggi che invita a temere chi ha il potere di farla perire nella Geènna. Se non crediamo né all’anima, nè alla realtà spirituale dell’uomo non potremo far nostra questa pagina evangelica.
Faccio qualche esempio: sono ricoverato in ospedale e viene a visitarmi il primario con uno scodazzo di dieci medici, leggono con attenzione tutte le mie cartelle cliniche, ma né mi chiamano per nome, né mi guardano negli occhi, né mi chiedono come sto, forse mi salvano il corpo, ma non certamente l’anima! Analogamente nelle nostre famiglie se i genitori sono preoccupati solo se i figli hanno i soldi sufficienti per andare a scuola, se sono promossi o fanno sport, ma non della loro formazione religiosa, morale e psicologica salvano il corpo, ma ne perdono l’anima!
Sono solo esempi, ma potremmo estenderli a molte situazioni in cui corriamo il rischio di non vedere e di non preoccuparci dall’anima e dello spirito del nostro prossimo
Proprio nella preoccupazione della salvezza dell’anima il vangelo di Matteo oggi ci invita a superare tre paure: quella della verità: “non abbiate paura degli uomini perché nulla vi è di nascosto che sarà svelato” (Mt. 10,26), quella della fine: “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo” (Mt.10,28) e quella della solitudine: “voi valete più di molti passeri” (Mt.10,31).
La paura della verità
Tutti noi viviamo le nostre insicurezze, e tutti siamo condizionati, poco o tanto, dall’approvazione e dal sostegno altrui. Tutti infatti cerchiamo sempre qualche approvazione, e non sappiamo mai bene cosa sia meglio dire o fare. Dobbiamo proprio sempre dire tutta la verità o qualche volta possiamo dire una piccola bugia a fin di bene? Tutti abbiamo imparato a dire bugie fin da fanciulli: chi di noi può dire di vivere sempre alla luce della verità? Pensiamo anche alla fatica con cui ci confessiamo…. Anche quando vogliamo dire la verità non sappiamo bene come farlo, un po' sfuggiamo, non poco (anche senza volerlo) la cambiamo, insomma ci è parecchio difficile!
Se uno sa rischiare tutto quello che ha dentro, allora sa aprirsi alla verità e cammina nella vita senza troppa paura. Quando il Vangelo dice “non temete quelli che uccidono il corpo, ma l’anima” non invita solo ad aver fede, ma descrive anche ciò che avviene ad un uomo che vive e cammina nella verità: nessuno gli uccide l’anima. Allora cammina sicuro, senza ansie, senza amarezze…
La paura della fine
La seconda grande paura che Matteo c’invita a vincere è quella della morte… Solo per coloro che sanno vivere la loro vita in una prospettiva autenticamente spirituale sarà possibile riuscire ad avere quella apertura alla dimensione della morte come seppe fare Francesco che la salutò come sorella, sorella morte, una “sorella” che, anziché spaventarci, ci apre spazi di vita nuova ed eterna. Chi vive così vede le cose in maniera diversa e sa camminare nella storia e nel tempo con meno paure, meno riserve e meno ansie, godendo di una saldezza interiore capace di apportare pace!
La paura della solitudine
La terza grande paura che tutti viviamo è l’angoscia della solitudine, ma se il Padre si prende cura di un passero, figuriamoci di noi!
Geremia, come anche Gesù, condividono la nomea di essere “uomini del conflitto” persone cioè critiche, non allineate, condividono infatti l’anelito a farla finita con espressioni religiose formali, per aprire a un rapporto con Dio sempre più fondato nel «cuore» . Nelle vite dei santi d’altronde troviamo come essi siano persone che si sono spesso ritrovate sole ed incomprese, spesso anche accusate ingiustamente. Tuttavia, se poi furono riconosciuti come santi, vuol dire che alla fine hanno ricevuto giustizia, sia pure dopo la morte.
Oltre ai santi riconosciuti come tali ci sono tuttavia nella storia anche coloro che, senza ricevere mai il giusto riconoscimento, hanno sofferto ingiuste persecuzioni in silenzio pur conservando nel cuore la certezza della propria innocenza. Forse anche adesso alcuni vivono il dramma di accuse infamanti: se nell’anima non c’è una motivazione che spinge a tacere, è molto difficile sopportare tacendo. Ciò che permette di sopportare l’offesa è la presenza di un tu: «Per te io sopporto l’insulto» (Sal 68,8).
Ricaviamo allora una preziosa indicazione per la nostra vita di fede. Essa si misura proprio dal fatto che il suo contrario, dopotutto, non è il dubbio ma piuttosto la paura. E se continuiamo ad averne, dobbiamo renderci conto che in fondo fatichiamo ancora a fidarci di Dio. Il Signore ci conceda la Grazia di una fede rinnovata capace di vincere ogni nostra paura!

